L'unica costante sempre presente in qualunque multiverso è il cambiamento.
Ogni frazione di secondo, ogni minuto, ogni giornata e ogni secolo sono plasmati da miliardi di mutamenti, piccoli e grandi, che si caricano il mondo sulle spalle e lo portano verso un futuro diverso, imperscrutabile ai più.
L'elfo delle tenebre, dagli occhi viola e dai corti capelli d'argento, ci pensò ancora un attimo.
Esisteva, in effetti, un'altra costante, una logica derivazione della prima.
La morte.
La morte non è altro che un impetuoso cambiamento, una forza impareggiabile che investe il prescelto e, in quell'istante esatto, come un terremoto, scatena la sua furia, privandolo di tutte le costruzioni di un'intera vita.
Ma non solo.
Proprio come quando si getta un sasso nello stagno, veloci vibrazioni si propagano da quella morte, investendo tutti coloro che si trovano nelle vicinanze, fino a coinvolgere persone e luoghi anche remoti, che mai avevano avuto a che fare con l'eziologia o l'ontologia di tale causalità.
La morte è solo un cambiamento irreversibile, in fin dei conti, per quegli esseri insignificanti che vengono traghettati a un'altra terrorizzante forma di esistenza.
Lui era tra i pochi che erano riusciti a evitare questo cambiamento, prendendosi gioco dell'oscura falce nera.
Qualche divinatore dalla vita millenaria era riuscito con grande fatica a fare lo stesso impegnandosi in un immane, costante sforzo, per non ridurre in cenere tutto il potere accumulato nei millenni.
Una cosa, tuttavia, rendeva unica la sua parabola: essi avevano raggiunto l'obiettivo supremo nella costante incertezza del fato e nella volubile tirannia della fortuna.
Egli, invece, aveva programmato tutto.
Per un attimo ripensò a quando decise che sarebbe diventato padrone del suo destino.
Più di un secolo e mezzo prima, nelle città sotterranee del piano reale e materiale, era braccato da squadre di elfi neri assassini che volevano ucciderlo per le sue idee molto poco apprezzate dal matronato che governava il sottosuolo.
In quel momento, fuggendo tra oscuri cunicoli dimenticati, ma che lui aveva esplorato molte volte a quello scopo, fu folgorato da un'intuizione: non aveva alcun senso fuggire dalla rabbia altrui, temendo la morte. Non lo avrebbe più fatto. Non l'avrebbe più temuta.
Quel giorno giurò a sé stesso che nessuno lo avrebbe mai visto in volto, a meno di situazioni imprevedibili. Soprattutto, però, decise che non sarebbe più stato un ingranaggio insignificante nell'enorme macchinario chiamato multiverso. Avrebbe dettato, lui, il ritmo al multiverso.
Durante la fuga rocambolesca, molti secoli prima, arrivò in quella stanza desolata, umida e corrotta dal tempo. I suoi cacciatori gli erano oramai addosso, ma lui sapeva che non avrebbero potuto prenderlo, nonostante non ci fossero più vicoli né porte segrete da imboccare. I latrati raggelanti dei mastini oscuri erano oramai una sentenza di morte, così vicini e inevitabili.
Egli era tranquillo.
All'improvviso, un essere umano terrorizzato apparve dal nulla, proprio di fronte a lui, scagliato attraverso le dimensioni e il tempo. Il suo sguardo era vacuo e fissava il nulla nell'oscurità totale attraverso la quale, tuttavia, gli elfi delle tenebre riuscivano a vedere alla perfezione.
Senza scomporsi, l'elfo nero estrasse un pugnale magico e, squarciata la gola dell'inebetito avventuriero umano, gli strappò dalle mani l'oggetto che questi tratteneva al petto come fosse un bimbo in fasce.
La vittima non si accorse nemmeno di cosa stesse accadendo. Mentre il sangue gli gorgogliava a spruzzi dalla carotide e dalla bocca, non accennò una reazione. Qualsiasi cosa avesse visto fino a un attimo prima, perso in chissà quale luogo e in chissà quale tempo, questa doveva averlo sconvolto tanto da renderlo inerte di fronte alla morte.
L'elfo azionò l'oggetto appena recuperato e così svanì da quel dove e da quel quando.
Da allora, nessuno sentì più parlare di lui per i successivi centocinquanta anni.
In quel lungo tempo era stato l'unico che fosse riuscito ad addomesticare la morte e a imbrigliare il cambiamento, per renderli entrambi suoi fedeli e mansueti cani da guardia.
Aveva passato un secolo a pianificare tutto, a plasmare la moltitudine di variazioni diverse, una per volta, fino a raggiungere il suo obiettivo finale.
Avere potere sul Tempo.
Diventare il suo dio.
In miliardi di evoluzioni diverse, di realtà che avrebbero potuto esistere e di esistenze che non potevano essere reali, egli aveva annientato la vita dei propri avversari. Progettazioni di scientifica complessità avevano condotto a crudeli delitti su centinaia di linee temporali differenti, in decine di epoche e in più universi paralleli.
Governando ogni cosa dall'ombra dell'anonimato, confortante coltre sotto cui si celava, aveva infine eliminato la possibilità di cambiare il passato.
I cronomanti, suoi ancestrali rivali, erano ormai tutti estinti, come del resto lo erano i monaci del tempo, suoi probabili nemici nel passato, nel presente o nel futuro. L'ultimo monaco rimasto in vita l'aveva sacrificato per scendere a patti con un imperatore pericoloso, dominatore di un mondo inaccessibile.
Inaccessibile ancora per poco.
Egli aspettava con pazienza nel suo tempo indefinito. Attendeva il "momento" opportuno per potersi occupare anche di quel pericolo, di quella variabile che avrebbe potuto modificare la sua costante.
C'erano, poi, le seccature.
Pochissime altre variabili conosciute potevano essere considerate una scocciatura, per il dio del tempo Verjir. Tali fastidi, comunque, correvano sempre il rischio di essere rimodellati da qualche alterazione inarrestabile, trasformandosi a loro volta in pericoli e risorgendo nelle fattezze di nuovi nemici e di ulteriori sfide dall'esito incerto.
La più peculiare di tali seccature era rappresentata da un orco di nome Nilab.
Non troppo scaltro, non troppo potente e tanto meno coraggioso, era in ogni caso un ricettacolo di imprevedibilità e disordine, un guazzabuglio di incostanza e stravaganza. In poche parole, una singolarità entropica.
Egli era la personificazione del detto "a ogni azione corrisponde una reazione."
Nilab era sempre la reazione, una reazione che rispondeva in modo del tutto casuale a qualsiasi avvenimento.
Troppe volte la trama grezza e sfilacciata di questi si era andata a inserire nel suo ordito rovinandone la bellezza, obbligandolo a disfare e a ritessere gli splendidi arazzi di un destino che lo stava conducendo a un potere incontrastato e a un controllo perfetto.
Una volta ci ebbe perfino a che fare di persona, ma questa era un'altra storia fra le tante che avrebbero potuto disegnare un futuro in cui lui avrebbe rischiato di perdere il dominio sul tempo.
Il dio Verjir, perso nei suoi pensieri, per un attimo si raddrizzò contro lo schienale dello scranno sul quale era seduto, piegato in avanti per scrutare una serie di piccoli ingranaggi in moto fra due metronomi.
Si accarezzò il mento e, in quell'istante, accarezzò anche l'idea di eliminare Nilab usando qualche stratagemma temporale.
Il vero problema, in ogni caso, consisteva nel fatto che non avrebbe potuto eliminare l'anomalia fino a un preciso momento nel futuro. L'orco, infatti, era la pedina fondamentale per risolvere il problema che, in una delle possibili linee temporali, avrebbe finito per renderlo orfano del proprio potere. Una volta risolto quel problema, però, Nilab non gli sarebbe più stato utile.