Racconto gratuito · Seskyel/Noskyel

Il Mazzo Nero

Silenzio.
Freddo e silenzio.
Silenzio sconfinato e limpido.

Ossessivo, affilato silenzio, incurante delle mani lucenti di Colei che, inseguendo sogni, plasma la materia, grondando pura energia nel petto aperto del vuoto.

Veloci e precise, le vedo guizzare lasciandosi dietro traccianti di vibrazioni argentee.

Ma ancora nessun rumore, com'è possibile? Eppure vibrano, pulsano, brulicano, dovrei "sentire" qualcosa.

Mi fermo un attimo a riflettere e a osservare.

Le mie prime esperienze sensoriali, i miei primi ricordi sono tutti qui, intorno a me, pronti per essere rapiti e imbrigliati.

Colei che mi ha offerto la luce deve avermi donato una sorte di sapienza generica dei suoi mondi, per poter capire appieno il suo lavoro.

Osservo meglio. Non sono mani, come potrebbero esserlo d'altronde?

Sembrano più estremità con l'innesto di strumenti di precisione. Da una spunta un bisturi, mentre, dall'altra, quello che sembra un minuscolo attrezzo a spirale sta forando uno strato di nulla di un nero profondo, dentro la cui apertura cola copiosa la trama argentea.

Che spettacolo magnifico, rimango a bocca aperta. Ammiro quei lavori così precisi: movimenti perfetti, degni di un essere superiore.

Mi sento un bambino, attratto inesorabilmente da quei giocattoli dalle mille forme e dai mille colori.

Come se seguisse indicazioni perse nei meandri del tempo e della conoscenza, la luminosa colata muta e si adatta al volere di Lei: oro, rosso e nero sono i colori del suo capriccio.

E, di conseguenza, i miei colori.

L'aspetto che avrei avuto fino alla fine del multiverso stesso. Per ogni inizio c'è sempre una fine, questo lo so bene, questo me l'ha già insegnato.

Ed ecco che vedo apparire dal nulla, diafano e opaco allo stesso tempo, un terzo arto: un martello. Che subito comincia a tempestare di colpi precisi e ritmici un impasto di colori e di vuoto, donandogli senza pietà la forma di un sottilissimo rettangolo. Dai bordi, ancora irregolari e taglienti, sanguina la trama argentea.

Sanguina. Mi interrogo su quel concetto che non ho mai provato, di cui non ho nozione, e che pure comprendo. Strano.

Devo sapere più di quello che so.

Il numero delle mani aumenta e diminuisce all'occorrenza, in un interminabile battito di ciglia. I sottili rettangoli si moltiplicano nel nulla, tutti uguali ma differenti per infinitesimali imperfezioni. Disordinati e leggiadri, volteggiano nel candido nulla dell'atelier di un'artista di mondi.

Finalmente, anche l'ultimo mi raggiunge e mi ritrovo a pancia in giù, sopra e sotto tanti altri me se ne stanno placidi nella stessa posizione, pronti a farsi guidare nell'intricato viaggio chiamato vita. Sono stato un unico rettangolo nato dal nulla, il Primogenito, adesso sono uno di tanti. Una delle tante carte di un Mazzo.

Sento urla nella mia testa, dolorose...

Mi fermo un attimo per concentrarmi. Niente, ancora solo silenzio.

Lenti, dorati arabeschi iniziano ad abbellire la pelle indurita delle nostre schiene, arrampicandosi su tutta la superficie, marchiata a fuoco per gli eoni a venire.

Poi il bruciore passa, annegando la sofferenza nel mutismo di quel mondo, vuoto incubatore di vite.

Le altre carte del Mazzo le sento come una parte di me ancora distante, simili a gemelli divisi alla nascita: una famiglia che non ha ancora avuto la possibilità di incontrarsi e conoscersi. Sono lì, figli della stessa madre, in tutto e per tutto simili, eppur così diversi in abilità e peculiarità.

Settantotto di noi siamo, placidi ma inquieti, in attesa di scoprire il nostro scopo nel mondo. Penso che quell'irrequietezza sia comune a tutto il creato: la voglia di scoprire il domani, sono sicuro, può spesso esiliare il presente, forzando miliardi di vite in esistenze tese verso il futuro.

Poi la vedo, in tutto il suo splendore.

L'artista, dalla gargantuesca mole, si china verso di me, in una posizione che mi appare innaturale.

Un volto si affaccia attraverso un materiale concavo e trasparente. Ma è un volto, o un infinito mutare di forme e colori?

Nonostante cambi in continuo le proprie sembianze, Lei emana solo quiete e immobilità, in un contrasto difficilmente decifrabile.

Un sorriso, o qualcosa di simile, si apre in quella massa di luci, mentre scruta ogni mia particella.

Il silenzio si fa insopportabile.

Poi Lei soffia.

Una calda brezza ci avvolge e noi diventiamo uno, un Mazzo di Carte, e, per la prima volta sento che possiamo chiamarci famiglia.

La mia essenza vibra in sincrono con il primo suono che avverto. Tremo seguendo le dolci tonalità che, curiosamente, dilaniano il mio io. Le mie estremità, ancora irregolari, si disgregano mentre solo la devastazione risale dentro me, fino a imbavagliare i miei pensieri appena nati.

Quella voce cupa e tonante risuona in note dolci e armoniose, calde e materne.

Ed espira in me la vita.

"Benvenuto, mio ultimo figlio. Ci divertiremo molto io, te e Yyla."

Rimango muto per un tempo che mi sembra infinito. La guardo e lei mi osserva. Mi cullo docile nella speranza che emana.

Non riesco a parlare, non so cosa dire. Mi sento perso e trascino un peso sconosciuto dentro di me, mentre dubbi feroci banchettano con i miei sentimenti.

Inadatto.

Come fa un figlio a rendere orgogliosa una madre di perfezione divina?

Magari con il tempo ci riuscirò.

Lei mi guarda e mi sorride con compassione, avvolgendomi nel caldo abbraccio che solo l'amore di una madre può donare.

Mi legge dentro e, mentre lo fa, io mi rilasso al sicuro.

Poi, come a risposta ai miei pensieri non ancora formati, mi dice:

"Ho grandi progetti per te, figlio mio."

Le mie molecole smettono di vibrare, abbracciando la calma dei secoli.

"Tu riuscirai dove tutti i tuoi fratelli e le tue sorelle hanno fallito. Tu, mio intrepido Mazzo, riuscirai a raggirare la grande Yyla. Tu riuscirai in un'impresa degna di un Dio, un'impresa grandiosa anche per noi onnipotenti."

Provo a formulare una domanda intelligente, voglio stupirla subito.

"Chi sei, madre?" è l'unica frase che sgorga nell'infinito.

Mi sento ancora incompleto e mi vergogno della pochezza dei miei pensieri: cerco conforto nella fiducia e non demordo. Davanti a me, un'intera vita che rasenta l'immortalità, tutta da creare con il solo scopo di somigliare a Madre.

"Il mio nome è Astrakha, dea della distruzione e della creazione. Per te, solo Madre, figlio mio."

Infine Astrakha, l'artista dei mondi, soffiò sulla sua creazione, rendendola eterna.

Un mazzo nero di carte se ne stava lì, vibrando nel nulla, mentre lottava per adattarsi alla vita e a quel mondo sconosciuto che si estendeva infinito attorno a lui.

Nel corso dei millenni, l'artefatto iniziò a capire il motivo per cui era nato: poteva cambiare le sorti di qualunque essere del multiverso.

Poteva addirittura distruggere mondi, piegarli o modificarli a suo piacimento.

Nel nulla del non-tempo, Astrakha donò al Mazzo la sua custodia intrisa di magia divina, che lo innalzò a essere l'oggetto più imprevedibile dell'intera esistenza del multiverso.

"È ora di giocare, figlio mio" sibilò la dea mentre riponeva le carte all'interno del loro involucro, pronta a scatenare tutta la sua furia e il suo estro.

Il mazzo fu così scagliato e, lacerando lo spazio e il tempo, si schiantò su Noskyel.

L'eco dello schianto raggiunse la fine e l'inizio di ogni epoca in tutti i multiversi di tutte le anomalie temporali.

E che il gioco abbia inizio...

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