Racconto gratuito · Seskyel/Noskyel

Tennux e il Miracolo del Forte Bella Corona

Tennux era stato uno schiavo per la maggior parte della sua vita — un fatto che, a pensarci bene, gli sembrava sempre più assurdo col passare degli anni, visto quanto i suoi padroni fossero, nell'ordine: stupidi, brutali, e soprattutto pessimi pagatori.

Al forte Bella Corona, dopo che la strega che lo possedeva era stata "gentilmente persuasa" a smettere di possedere chiunque, Tennux era finito sotto la giurisdizione informale di un gruppo di orchi e mezz'orchi che presidiavano il forte — gente che, per Tennux, rappresentava semplicemente l'ultimo anello di una catena di padroni sempre uguali: grossi, urlanti, e con la fastidiosa abitudine di considerare un goblin poco più di un attrezzo da cucina.

La sua mansione era cucinare per la guarnigione. Una mansione che svolgeva con dedizione — non per amore del prossimo, ma perché aveva scoperto, anni prima, che un goblin con accesso illimitato a pentoloni, coltelli e fuoco vivo aveva, in teoria, un potere enorme su chiunque fosse costretto a mangiare quello che cucinava.

In teoria.

In pratica, ogni volta che aveva accarezzato l'idea di "condire" qualcosa in modo creativo, il pensiero di cosa gli sarebbe successo se l'avessero scoperto lo aveva sempre fermato.

Fino al giorno in cui qualcuno trovò la sua zuppa "troppo verde", e glielo fece presente con un certo vigore.

Tennux si ritrovò a gambe all'aria dentro la madia delle erbe secche, tra foglie di tarassaco e radici di non-si-sa-cosa, a fissare il soffitto annerito dal fumo, mentre fuori risuonavano risate grasse che si allontanavano.

E una sola, limpidissima, cristallina decisione gli si cristallizzò nella mente.

Oggi la zuppa sarà più verde di quanto pensino.

I suoi occhi luccicarono, di una luce che, in retrospettiva, avrebbe definito "incoscienza pura".

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Tra le erbe della madia, Tennux conosceva una pianticella locale chiamata, nel dialetto goblin, qualcosa che approssimativamente si traduceva come "quella-che-ti-fa-correre". Innocua. Non letale. Solo... molto efficace, con un tempo di azione preciso: circa quaranta minuti.

Tennux fece i conti. Aveva, nella madia, abbastanza "quella-che-ti-fa-correre" per una piccola dose. O per una dose generosa. O per — calcolò la popolazione del forte, calcolò il numero di latrine disponibili, e arrivò a una conclusione che, in una parola, era catastrofica — per tutto il pentolone.

Versò tutta l'erba dentro.

✦ ✦ ✦

Quello che accadde nelle tre ore successive al forte Bella Corona non è registrato in nessun annale militare ufficiale, per la semplice ragione che nessuno dei sopravvissuti — e tutti sopravvissero, va detto, anche se alcuni avrebbero preferito di no — fu mai in condizione di scrivere alcunché.

Le latrine del forte erano tre. Gli effettivi della guarnigione erano centoquarantacinque: centoventi umani, e venticinque orchi e mezz'orchi.

La matematica fu spietata, e democratica: non fece distinzioni di razza.

Umani, orchi e mezz'orchi corsero tutti insieme, fianco a fianco per la prima volta nella storia del forte, in un'unica, disperata fratellanza. Corsero verso le latrine, corsero dietro ai muri, corsero verso il fiume, corsero — in almeno tre casi documentati, e in almeno due razze diverse — semplicemente in cerchio, urlando, prima di arrendersi all'inevitabile nel bel mezzo della piazza d'armi.

Tennux, intanto, si era arrampicato sul tetto della cucina, e da lì osservava lo spettacolo con l'espressione serena di chi guarda un tramonto particolarmente riuscito.

✦ ✦ ✦

Fu in quel momento — proprio mentre il forte Bella Corona si trasformava in quello che gli storici locali avrebbero poi, con notevole eufemismo, chiamato "l'Incidente" — che a Tennux successe qualcosa di inaspettato.

Si sentì in colpa.

Non perché pensasse di aver fatto qualcosa di sbagliato — la giustizia cosmica, a parere di Tennux, aveva semplicemente impiegato il tempo necessario a manifestarsi. Ma guardando giù, vedendo centoquarantacinque umani, orchi e mezz'orchi ridotti a larve gementi, disidratati, terrorizzati e — in molti casi — letteralmente incapaci di camminare, provò qualcosa che non aveva mai provato prima in vita sua.

Pena.

E, da goblin pragmatico quale era, capì immediatamente che la pena, da sola, non serviva a niente. Ma le erbe della madia — quelle stesse erbe che aveva usato per scatenare l'Incidente — contenevano anche, lo sapeva, i rimedi.

Passò il resto del pomeriggio a preparare infusi. Radice di carbone bianco per fermare il flusso. Foglie di salvia selvatica, masticate e applicate, per il dolore. Acqua bollita con un pizzico di sale, fatta bere a piccoli sorsi a chiunque fosse troppo debole per protestare.

Andò da letto a letto — o, più spesso, da pozza a pozza — somministrando i suoi rimedi con la stessa attenzione che un tempo riservava solo a sé stesso, durante le carestie.

Entro la sera, centoquarantacinque tra umani, orchi e mezz'orchi, ancora pallidi e ancora visibilmente traumatizzati, erano fuori pericolo.

Gli unici a non aver toccato la zuppa di mezzogiorno erano stati Kaladzuk e il resto del suo gruppo: ospiti d'onore del forte da qualche settimana, dopo aver liberato Tennux dalla strega che lo possedeva, ricevevano sempre pasti separati — un piccolo privilegio che quel giorno si rivelò, per loro, l'unica cosa a separare la gratitudine dalla catastrofe. Passarono il pomeriggio a chiedersi, perplessi, cosa stesse succedendo al forte, mentre Kaladzuk, con la consueta gentilezza, si offriva di aiutare chiunque trovasse lungo il cammino, senza capire perché ogni singola persona aiutata lo ringraziasse fuggendo subito dopo, a gambe levate, verso il fiume.

In centoquarantacinque menti, tutte allo stesso identico tempo, si formò lo stesso identico pensiero:

Tennux ci ha salvato la vita.

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Nessuno di loro, va detto, fece mai il collegamento tra "la zuppa di mezzogiorno" e "l'apocalisse del pomeriggio". Era un collegamento che richiedeva un tipo di pensiero — causa, effetto, sequenza temporale — che, francamente, non era il punto forte della guarnigione del forte Bella Corona.

Quello che videro, semplicemente, fu: prima soffrivano in modo indicibile. Poi è arrivato Tennux. Poi hanno smesso di soffrire.

Nella mente di centoquarantacinque persone, in larga parte non particolarmente avvezze al pensiero critico, questa è, essenzialmente, la definizione di "miracolo".

Da quel giorno, Tennux non fu più uno schiavo. Fu promosso, con voto unanime e in assenza di qualsiasi procedura formale, a guaritore ufficiale del forte — un ruolo che comprendeva non solo la cura delle malattie (vere, questa volta), ma anche una crescente serie di responsabilità "spirituali" che non aveva richiesto, non capiva, e che accettò principalmente perché il salario era ottimo e nessuno lo schiaffeggiava più.

Iniziarono a portargli offerte. Piccole, all'inizio — un pezzo di pane in più, un favore. Poi, col tempo, qualcosa di più: una sciarpa lavorata a mano "per il guaritore", un piccolo altare improvvisato in un angolo della cucina, dove qualcuno aveva intagliato — con discutibile abilità artistica — quello che doveva essere il volto di Tennux, ma che assomigliava più a una patata con gli occhi.

Tennux non disse mai a nessuno la verità.

In parte per vergogna. In parte perché, onestamente, la verità avrebbe rovinato una storia decisamente migliore di quella reale.

✦ ✦ ✦

Anni dopo, la fama di Tennux — "il guaritore del Miracolo di Bella Corona" — lo portò davanti a un grande paiolo, in una cucina che non era la sua, accanto a un lich con la pelle color pergamena e una passione sproporzionata per la miscelazione di erbe e materiali magici.

«Mi hanno parlato del tuo dono» disse Adamo, mescolando con calma. «Erbe capaci di guarire intere guarnigioni in un pomeriggio. Roba preziosa. Pensavo: un pizzico nella zuppa, per dare un piccolo tonico a chi la mangerà.»

Tennux guardò il paiolo. Poi guardò il sacchetto che teneva in tasca — lo stesso tipo di erbe di cui aveva sempre, sempre, una scorta di riserva, per ragioni che definiva a sé stesso "professionali".

I suoi occhi luccicarono, della stessa luce di quel giorno, tanti anni prima, nella madia.

Ma solo per un istante.

Perché Tennux, in tutti quegli anni, era cambiato. Non sarebbe più stato quel goblin che, da una madia, decideva il destino digestivo di un intero forte solo per vendicarsi di tre schiaffoni. Ripose il sacchetto sul tavolo, e ne tirò fuori un altro — quello giusto, quello vero: foglie di menta, radice di genziana, un pizzico di zenzero in polvere. Un tonico onesto, per una volta. Iniziò a versarlo, lentamente, con la cura di chi sta correggendo, in silenzio, un vecchio torto.

Fu in quel momento che la porta della cucina si spalancò con un calcio.

«ADAMO! Indovina chi è arrivato!»

Gigalio entrò come solo Gigalio sapeva entrare — con l'energia di un uragano convinto di essere una piacevole brezza. Il braccio, alzato in un gesto trionfale di saluto, urtò una fila di barattoli sospesi sopra il tavolo, che caddero uno dopo l'altro in una cascata di tintinnii.

Tennux si voltò di scatto, sorpreso, e il sacchetto buono — quello con la menta, la genziana, lo zenzero — gli scivolò dalle mani, rovesciandosi nel paiolo fino all'ultima foglia.

Ma non fu quello il problema.

Il problema fu il secondo sacchetto — quello vecchio, quello con "quella-che-ti-fa-correre", che Tennux aveva appoggiato sul bordo del tavolo pensando di richiuderlo per bene più tardi — che, scosso dall'onda d'urto dei barattoli caduti, si rovesciò a sua volta, dritto nel paiolo, proprio sopra al primo.

Tennux restò immobile, gli occhi spalancati sul pentolone che ora gorgogliava un colore verde sempre più intenso.

I suoi occhi luccicarono di nuovo — ma questa volta non era l'incoscienza di un tempo. Era il puro, gelido riconoscimento di chi capisce, in un istante, che l'universo ha appena ripetuto una vecchia battuta, solo per ricordargli che certe cose, semplicemente, gli capitano.

«Tutto bene?» chiese Adamo, senza staccare gli occhi dal fuoco.

Tennux guardò il paiolo. Poi guardò Gigalio, che si stava già versando da bere, ignaro di tutto, raccontando ad alta voce di un torneo, di una ruota, e di una pecora che a quanto pare ora viveva nel suo giardino.

«Sì» disse Tennux, lentamente. «Sì, tutto bene.»

E non disse altro.

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